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lunedì 19 gennaio 2009

Creare una comunità morale - lezioni di gestione d'impresa


Una impresa raggiunge i suoi successi più strepitosi quando il gruppo dirigente è formato da persone che condividono gli stessi fini ed in cui ciascuno dimentica i propri interessi personali per darsi totalmente allo scopo comune. Allora la sua personalità si dilata, la comprensione reciproca diventa fulminea, l’accordo diventa facile, spontaneo e nasce una forza, una creatività straordinaria.
È questo ciò che ogni leader, ogni imprenditore, ogn i capo dovrebbe voler realizzare. E, quando lo ha realizzato, dovrebbe coltivare, tenere vivo, proteggere, potenziare questo spirito, ed impedire che si accendano i processi negativi in cui ogni individuo antepone la sua personale meta individuale, il suo personale interesse alla meta collettiva.
Troppo spesso dimentichiamo che qualsiasi l’impresa, qualsiasi istituzione è formata da esseri umani che si sentono forti quando si sentono uniti, quando hanno una meta comune.
Troppo spesso dimentichiamo che tutti vogliono sentire che il loro lavoro ha un significato, un valore. Che una impresa si espande, trionfa, ha successo quando tutti, dal presidente al portiere, al fattorino, sono orgogliosi di appartenervi e di contribuire al suo sviluppo.
Troppo spesso dimentichiamo che una impresa o una istituzione prospera e fiorisce solo quando i capi sono dei leaders che i dipendenti approvano apprezzano, stimano, amano e che eleggerebbero loro stessi.
Troppo spesso dimentichiamo che una impresa prospera quando tutti, dai più alti dirigenti ai più umili dipendenti sono ragionevolmente sicuri che la loro attività viene capita, apprezzata, premiata, con equità, con giustizia.
Troppo spesso dimentichiamo che una impresa fiorisce e prospera quanto la gente, a tutti i livelli, si stima, si rispetta, quando, anziché odiarsi collabora, quando si aiuta, quando non mente quando si invidiano.
Troppo spesso dimentichiamo che non bastano le parole, le dichiarazioni di principio, per motivare le persona perché queste si accorgono quando i fatti non corrispondono alle dichiarazioni, quando i dirigenti fingono di essere convinti, ma sono in realtà falsi ed ipocriti.
Troppo spesso dimentichiamo che una impresa non è solo una entità economica, cementata da interessi, ma una comunità morale. Quando si spezza la comunità morale, e il gruppo resta unito solo dalla ricerca del potere del guadagno, delle chiacchiere o, ancor peggio dalla ipocrisia e dalla paura, il suo destino è segnato: lentamente declina, sprofonda nella mediocrità, alla fine fallisce.
Troppo spesso dimentichiamo che oltre all’intelligenza, alla lungimiranza, oltre alla stessa genialità il grande leader deve avere realmente delle qualità morali, delle virtù. Perché solo se le possiede in proprio potrà trasmetterle agli altri. Sembra impossibile che la gente abbia dimenticato che uno Stato, un partito, una imprese ha realmente bisogno di moralità. E che la moralità non è fatta di parole, ma di sentimenti sinceri e di comportamenti coerenti. E che si insegna solo con l’esempio.
La parola virtù è oggi così poco usata che ci siamo perfino dimenticato il suo significato. Una virtù è un insieme di qualità, profondamente interiorizzate che soddisfano simultaneamente tre requisiti. Il primo è di realizzare ciò che riteniamo un valore, per cui ci sentiamo migliori. Il secondo di ottenere risultato utili per noi o per la nostra comunità, cioè una utilità. Il terzo terza di costituire un modello, un comportamento che vorremmo seguissero anche gli altri. Solo quando sono presenti tutti e tre questi requisiti una virtù è completa.
Prendiamo come esempio il coraggio. Il coraggio deve farmi sentire più forte e migliore. Deve consentirmi di realizzare gli obbiettivi che mi pongo, le mie mete. Ma ciò che faccio deve anche poter essere un modello per tutti. Il coraggio di fare il male perciò non è una virtù. Ma non lo nemmeno il coraggio di fare solo cose che mi danneggiano. Se questa è la virtù, non è difficile fare un elenco delle virtù del manager, del leader, del capo. Basta che ciascuno di voi pensi come vorrebbe che fosse per seguirlo con entusiasmo, per credere in lui, per avere fiducia, e quindi per lavorare volentieri, senza la fatica che avvelena il nostro animo ogni volta che ci sentiamo circondati dalla ingiustizia, dalla disonestà, dalla menzogna e dalla prepotenza. E questo senza pretendere che sia un asceta o un santo, ma un uomo come noi che opera nel mondo, in una organizzazione in cui ci sono sempre problemi da risolvere.
Facciamo allora, senza tante esitazioni questo elenco. Quali virtù vogliamo che egli abbia? La sincerità contrapposta alla falsità, alla doppiezza, l’intrigo, la calunnia, l’ ipocrisia. L’obbiettività: la capacità di valutare senza farsi influenzare dai pregiudizi e dalle maldicenze. La forza d’animo, che lo rende sereno e lucido anche nei momenti più difficili. L’umiltà, che è la capacità di ascoltare gli altri e di ammettere e correggere i propri errori. Il coraggio, necessario per prendere decisioni difficili ed assumersene le responsabilità. La generosità che è la capacità di pensare agli altri, al loro benessere, di dedicarsi, di spendersi, dando l’esempio. Infine la giustizia, la arte difficile di scegliere veramente i capaci, gli onesti, i sinceri, e scacciare i disonesti, i falsi, i calunniatori, chi perseguita e prevarica gli innocenti.


Estratto da "L'arte del comando ", Francesco Alberoni, Rizzoli e pubblicato sul sito di Francesco Alberoni

sabato 22 novembre 2008

Agostino Palmisano: estratto da "Una volta ero strafatto" EC (Edizioni Clandestine)


















PREFAZIONE IL PAGLIACCIO E’ IN PENSIONE
Una piccola spiegazione.Tutto ciò che segue è atto di ribellione inutile -ma onesto- di un individuo alle prese con un esame di coscienza. Egli non si guarda dentro per giudicarsi e darsi delle punizioni da scontare, bensì scava per trovare le tracce che il passato a lasciato nel presente e che il presente stesso potrebbe regalare al futuro. Dico regalare perché l’istante perpetuo del presente è condotto sempre con un po’ d’avventatezza, senza reale cognizione di causa. Si rallenta la mente per paura di andare troppo avanti rischiando di rimanere per sempre indietro rispetto ad una quotidianità che girà vorticosamente su se stessa. E la propria storia viene scritta di conseguenza.Siamo un disco graffiato senza rimedio. Bisognerebbe lasciarsi fluire completamente nella propria mente.Tutte queste poesie contengono tutto quello che volete: amore, sangue, morte, dolcezza, sesso, cattiveria, pietà, fratellanza, rabbia, ecc. Tutto il bene ed il male si uniformano all’esigenze dell’individuo che cerca la sua pienezza, anche a costo di diventare scontato, ipocrita, qualunquista, ecc. Voglio essere di tutto perché non voglio essere nessuno. Voglio solo vedermi dentro come un qualsiasi spettatore, magari più interessato del normale.Ma l’atteggiamento introspettivo non è quello tipico d’un vecchio ormai giunto alla fine che cerca di trovare scuse atte all’apertura delle porte del paradiso dopo la morte fisica. L’introspezione è condotta razionalmente e con tutta la lucidità possibile perché priva d’un fine ultimo. Dopo la morte c’è qualcosa che non ci riguarda. Inoltre l’introspezione assume forme più dilatate che comprendono anche l’humus sociale dell’individuo. Egli ghigna contro il mal di vivere, ride senza ritegno dell’angoscia e dei dolori universali, si fa beffe perfino di se stesso. Ma subito dopo è capace di scoppiare in un pianto infantile chiedendo amore ed affetto, conscio di non meritarne.In fondo ciò che un uomo chiede è comprensione, soprattutto negli sbagli. Bisogna capire la propria umanità.Chi scrive ama, anche con rabbia. E se mostra violenza è perché l’oggetto del proprio amore lo delude.
UNA VOLTA ERO STRAFATTO: DICHIARAZIONE D’INDIPENDENZA
Finalmente abbiamo finito di camparehanno spento la nostra musica e ce ne siamo accorti-acqua nel serbatoio dei nostri motori-sappiamo che è finita e che la banda è crepatanon più autostrade ma strade soltantoniente più bar dove farci ripulire dalla nostra ignoranzaniente più noia del troppo tempo da viverema solo noia aspettando di sognarein letti riscaldati dalle nostre famiglie.Abbiamo raggiunto un altro livello di percezioneabbiamo assaporato le nostre mancanzenon abbiamo vergogna delle nostre amputazioni sociali-la stanchezza non sarà bandita dai nostri occhi-e avremo i ritmi che ci meritiamoavremo la musica che ci rispettaassaggeremo solo quello che ci inebria-quello che gli altri credono fa schifo-avremo sguardi furtivi che chiederanno saliveavremo posture degne dei migliori falsariniente grandezza altruiniente banchetti dal vino guastoniente strade che ci portino ad altre stradesempre più vuote e cariche di carne freddaci meritiamo la saggezza col disprezzo degli amicivogliamo il fallimento della personalitàe la vogliamo con la nostra grandezzae niente giudizi.Prendiamoci tutto ciò che vogliamoprendiamoci tutti i banchetti del cazzoprendiamoci tutti gli sguardi che arrapanoprendiamoci il diritto a non dover prendere a tutti i costivogliamo la voglia della grandezzavogliamo girare senza essere vistisenza che qualcuno s’agganci e vampirizzi-senza dover dire bè che si dice tutto bene ciao-vogliamo vedere un bel culoe non desiderare di papparcelovogliamo poter dire che siamo delle teste vuotesenza dover fare la faccia dei bravi bimbinon vogliamo salvare la situazioneperché nessuno farebbe altrettantonon vogliamo conoscere ragazze per farci amicizianoi vogliamo scoparee sogniamo di scoparefin anche il mondo balordo che va in maloragrazie a noi.2Le torri sono spacciatecrolleranno per rinascere sabbiae le distese finirannotranciate dalle reti elettrichecome ragnatele della societàe tutto sarà attiratoverso le correnti potentipeggio dei gorghi d’oceanopressurizzando verso l’abissopieno di timpani esplosi-flusso di povertà-flusso di ricchezza-flusso infinitolimite che tende a zeroequazioni impossibililogaritmi staticiergonomiamatrice vuotasaturazione non dimostrabile.Tutto sarà dimostratotutto mortotutto nuovotutto spentoil passato spiegato dal sessoil futuro castratoil presente ignoranzail presente indifferenziato.

martedì 16 settembre 2008

Il giornalismo in rete



«Un altro esempio di co-costruzione della realtà e della socialità in rete è rappresentato da We the media di Dan Gillmor[i] (sarà tradotto in italiano a breve sul sito Peacelink con il titolo I media siamo noi). Dal blog nasce la speranza per un nuovo tipo di giornalismo: la produzione e la diffusione delle news di domani sarà più simile a una conversazione, o a un seminario. Si confonderanno i confini tra produttori e consumatori, modificando entrambi i ruoli secondo modi che oggi possiamo a malapena comprendere. La stessa rete di comunicazione sarà un medium per tutte le voci. Già grazie a Internet i big media hanno perso il monopolio sull’informazione. Testate-web, blog, mailing list e e-mail sono gli strumenti principali di questa nuova ondata di giornalismo fatta dalla gente per la gente.
Il tema principale su cui ruota We the media è il mutamento in atto nel rapporto tra giornalista e lettore, sempre più indirizzato verso la conversazione. In tal senso, la relazione tra il produttore e il destinatario delle notizie si trasforma in una comunicazione bi-direzionale, all’interno della quale si co-costruisce la realtà sociale attraverso una nuova attribuzione di senso e si instaurano nuove forme di socialità in rete.
Il giornalismo dal basso inizia a smantellare il monopolio dei grandi media sulle informazioni, trasformandolo da una lezione ad una conversazione. Non fidandosi delle notizie così come vengono riferite, questi lettori-reporter pubblicano le loro notizie in tempo reale ad un’audience planetaria attraverso Internet. I Media siamo noi racconta la storia di questo fenomeno emergente, e fa luce su questo grande cambiamento nel modo in cui produciamo e consumiamo le notizie.
Alcuni passaggi del testo di Gillmor sono forse troppo ottimistici sull'effettiva capacità della Rete di riuscire a selezionare e far emergere solamente le cose migliori (come quando egli cita tools e servizi on line come capaci da soli di cambiare il mondo), anche in considerazione del fatto che Internet non rappresenta la società nel suo complesso.
E tuttavia, in definitiva We the media va comunque letto per la chiarezza con la quale Gillmor descrive gli elementi di conflitto che rendono oggigiorno così difficile il rapporto fra media e persone, fra media e giovani, fra media e opinione pubblica. La sua critica dei media individua una domanda sociale e civile che sta fuori dai media e che li interroga sulle loro mancanze. La richiesta di una informazione migliore - perché controllata anche da chi la consuma, in un desiderio di "sentirsi parte" – può rappresentare il principio di un nuovo rapporto di fiducia, di un nuovo patto fra cittadini e media.

[i] Gillmor D, We the media. Grassroots journalism by the people for the people, disponibile online con un blog sul sito www.wethemedia.oreilly.com».

Emanuela Corlianò, "Il software sociale della rete: quotidianità dei nuovi media tra pratiche e discorsi, emancipazione e controllo", in L. Spedicato, "La vita on line", Besa 2008.

sabato 26 luglio 2008

Giancarlo Tramutoli - Uno che conta - Manni



«Ma il protagonista del tuo romanzo sembra un ossesso che salta su una gamba sola dicendo io, io, io, io, io…» Così mi dice il giornalista dell’“Unità”. Sto presentando il mio libro alla Feltrinelli di Bari. E io vorrei dirgli: “Ma se ce l’ha una forza, ’sto personaggio, sta proprio in questa sua patologica ossessione egocentrica che si capisce che non è proprio uno normale, che non gli vien mica facile stare tra la gente, che la sua vita è in salita e che cose semplicissime per la maggior parte delle persone, per lui diventano complicate assai.” Questo avrei voluto rispondere. Invece gli ho detto con serenità: «In effetti, è così, è un tipo ossessivo, ma a me così m’è venuto, che conosco i miei limiti e ho cercato di utilizzarli nella direzione della caricatura, del grottesco, dell’esasperazione.»

venerdì 11 luglio 2008

La letteratura come dissenso - Manni


«Pensare la letteratura come dissenso significa riconoscerle la fun­zione di rappresentare le soggettività e le singolarità, nelle forme del racconto che agisce sul livello simbolico dando senso alla realtà. Non significa connotare la letteratura come militante, ma significa evidenziarne e sollecitarne la criticità di contenuti e l'alterità di for­me rispetto ai canoni di cultura e di stile ritenuti comunemente pre­valenti o sedicenti universali. Il dissenso, concetto complesso e mul­tiforme, va spiegato e ridefinito ad ogni occorrenza e circostanza, e regola se stesso e la pratica di pensiero o di azione che ne deriva se­condo il contesto da cui prende esistenza.

Il dissenso, dunque, è nella prospettiva di rappresentazione del­la realtà e del sé, e si qualifica, spesso suggestivamente, come pro­positivo, creativo, esistenziale, politico, di genere, eversivo, radica­le, ideologico, avvicinandosi così a concetti già noti e riconoscibili. Il dissenso è nella verità, relazionale, molteplice, provvisoria, dei contenuti e soprattutto nell'assertività e autorevolezza dello scarto da una norma sentita avulsa e non corrispondente al soggetto che lo esprime. La ricezione del fatto letterario e l'impianto critico e con­cettuale di riferimento - qui dato dalle prospettive di differenza di genere e multiculturalità consapevolmente situate - sono i fattori che attivano il dissenso e la politicità dei testi.

Il circolo virtuoso dell'ermeneutica tende così ad affermare il significato etico della letteratura e della critica letteraria; a richiamare alla responsabilità intellettuale e alla funzione civile della parola; a sollecitare il pensie­ro a porre "domande importanti"; a spiegare il femminismo quale condizione esistenziale e intellettuale. La narrativa di contenuti, le scritture di vita situata, la criticità del pensiero, in presenza di una ricezione consapevole, rappresentano un possibile argine al dilaga­re della cultura spettacolo e di un malinteso senso di cultura di mas­sa, ingannevole e contraddittorio, perché sostenuto da manipola­zioni consumistiche. Susan Sontag si domandava come riconciliare l'appoggio alla democrazia, intesa come sistema politico, con gli scrupoli sul sistema culturale. Per chi si occupa di didattica e ricer­ca, di creazione e trasmissione del sapere, è una questione aperta e problematica, politica».

Cristina Bracchi
Tratto da Cristina Bracchi (a cura di),
Le dissenzienti - Manni

Pensare la letteratura come dissenso significa riconoscerle la funzione di rappresentazione delle soggettività nelle forme del racconto, spazio ed esercizio di libertà. Non significa connotare la letteratura come militante, ma sollecitarne la criticità di contenuti e l'alterità di forme di rispetto ai canoni di cultura e di stile prevalenti. (dalla quarta di copertina)

mercoledì 23 aprile 2008

Antonella Gravante. Giravolte

Non aveva mai permesso che il solleone fiaccasse la carica di vorace curiosità per una città che pareva reggersi su blocchi di megalitici marzapani, dall’odore e dal colore di grano macinato di fresco: quelle forme e quegli spazi portavano nutrimento al suo cuore affamato di preadolescente, costretto altrimenti in limiti assai angusti, ogni volta che si spingeva per labirintiche esplorazioni.

In estate, quando la canicola lasciava deserta ogni via del piccolo centro e dominava il silenzio, come altro ingrediente necessario alla percezione di proustiano sapore, in alcune stradine strette e tortuose, le giravolte, si procurava il vero alimento che tanto desiderava. Erano un reticolo di viuzze, simili a calli o carruggi, in cui ci si disorientava perché, a volte, vicoli chiusi o corti di vetusti palazzi sbarravano il passo, ma quasi mai ci si perdeva, anzi quasi sempre, un percorso, cominciato senza prestabilire la meta seguendo l’andirivieni di arabeschi meandri, poteva concludersi al punto di partenza. Proprio come nella vita, a volte, l’iniziale disorientamento di una scelta casuale ci regala sorprese altrimenti negate. L’unico sollievo alla calura di fine luglio era un lieve spostamento d’aria che la sua bici verdazzurro alimentava, fendendola come coda di sirena e il divertimento iniziava quando, in piedi sui pedali, allungava la braccia e si tendeva veloce nell’afa.A quell’ora alcune persiane chiuse emanavano sentori di legno appena tagliato e qualche truciolo sulla soglia confermava la bottega di un falegname; pochi metri più avanti in uno slargo triangolare un forte profumo di vino annunciava un’osteria dove pochi avventori, già alticci, lanciavano risate troppo allegre inebriati dagli odori di polpette fritte e sugo alla cipolla; appena svoltato l’angolo una tenda per il sole a righe appena riusciva a stemperare la fragranza di succulenti frutti rossi, di peperoni maturi e di verdure inutilmente bagnate, di agli e origano, esalata dalle larghe maglie quadrate della saracinesca abbassata contro la calura. Ma, appena pochi metri più in là, l’aroma del caffè copriva tutto e sull’ingresso di un piccolo bar alcuni tavolini tondi ospitavano clienti intenti a portare alla bocca bicchieri con ghiaccio e latte di mandorla o sorbetti di limone grattugiato ancora un po’ acerbo. Procedendo per una piazzetta rapida frenata di fronte ad un portale bugnato: portone semiaperto, atrio quadrato con lampione di ferro battuto e scalinate ai lati; gincana davanti ai piccoli portoni scrostati dal tempo separati dalla strada da due o tre gradini, e protetti da basse ringhiere in ghisa nere, dalle finestre tendine di lino bianche lasciavano intravedere rossi salotti di velluto con frange dorate o alti comò i cui specchi maculati riflettevano foto ingiallite e copriletto di pizzo, eredità di bisnonne; seminterrati, alcuni finestroni delle cantine emanavano un fresco tanfo di muffe polverose che si mischiava all’effluvio del pitosforo e del gelsomino, così intenso che alti muri di antichi giardini non riuscivano a contenere, ma non tanto da coprire quello di incenso dei pini.L’energia del sole veniva smorzata da grappoli di nuvole e l’aria carica di elettricità provocava un senso di ansia non definibile:lo zigzagare allentava un po’ la soffocante cappa di umidità che aveva zittito le pettegole cicale; svolta d’improvviso e in un angolino d’ombra un cane giallino come le pareti, fiutava l’aria: il passaggio della bicicletta non distraeva l’animale dal compito di annusare le nuvole cariche d’acqua sulle loro teste. La pioggia cominciava a scendere fragorosa sulle pietre arroventate che, evaporando il calore assorbito, impregnavano di un afrore salmastro il porticato dove si era addentrata; dai muri scrostati di una scalinata una lucertola guadagnava fulminea la via sotto un geranio rosso. Il lastricato irregolare era ricoperto di pozzanghere, rese melmose dalla pietra dilavata delle pareti gia corrose; il temporale sfarinava i blocchi tufacei, infiltrandosi nelle intercapedini e ne imbibiva la malta scura; dalla roccia, diventata giallo-ocra, affioravano le concrezioni di piccoli fossili di conchiglie, memoria delle viscere di una terra un tempo ricoperta dal mare. Aspirava la frescura e si lasciava avvolgere dal colore: lo stordimento regalava il ricordo di cose mai vissute…

fonte iconografica www.centrointernazionaleartefotografica.org
foto di giuseppe lipori

domenica 20 aprile 2008

Marco Bonerba e L'odore della Fiera

Poggiavo il mento sul manico della scopa, che stringevo forte nelle mie mani, fissando un gabbiano che armeggiava tra le sue piume. Era appollaiato su una ringhiera malmessa del lungomare, all'ombra di uno dei caratteristici lampioni a tre bracci, e nonostante la gente, passando, lo sfiorasse, continuava placidamente a rovistare tra le sue ali. Di tanto in tanto interrompeva bruscamente, si guardava attorno e poi, sembrando compiaciuto che il mondo non avesse subito alcuno stravolgimento, ricominciava con vigore il suo lavoro. Ripresi a spazzare. Anche quel giorno la rotonda portava le tracce della sera prima, dove, sotto lo sguardo distaccato del Circolo della vela illuminato d'arancione, la meglio gioventù splendeva di gioia, speranza e spensieratezza dando una voce allegra alla città che così sembrava sgranchirsi dopo il freddo invernale pronta a mettersi in canottiera e con una sigaretta tra le dita a guardare giù dal balcone. Una tipica sera che con cinque euro, da una di quelle bianche e fumanti scatole di scarpe che odorano un po' di Fiera del Levante, puoi comprarti un panino e una birra, abbracciare la tua ragazza e guardare la luce del faro immaginando con lei un futuro meraviglioso che forse ti attende, o forse no.

«Se ti do un euro in più me li metti i pomodori sott'olio, i crauti e le patatine fritte?».

Erano i primi di maggio, l’aria fresca della primavera mi aveva dato il benvenuto appena fuori casa qualche ora prima e mi tenne compagnia per tutta la mattinata, sussurrandomi nelle orecchie quando si alzava il vento. Avevo quasi terminato il mio turno e anche quella volta era stata dura: bottiglie, cartacce, buste. Il mio compito era cancellarle, insieme alle loro storie: le lacrime della ragazza sul fazzolettino, le risate degli amici con le lattine in mano, il sollievo del signore che fumava la sua sigaretta dopo un’interminabile fila alla posta.

Un fruscìo di scopa e via. Via ad altre emozioni.

Mi asciugai un po' di sudore dalla fronte con il braccio e trascinai per qualche metro ancora il mio carro blu accettando la provocazione di quella lattina che con il suo rosso fuoco sfidava il grigio del marciapiede. Finì anche lei nel mio bidone di plastica nera, insieme a una vecchia sciarpa biancorossa di una squadra di calcio che “noncivadopiùallostadiosenoncambiailpresidente”. Sfrecciò un motorino zigzagando tra le macchine e l'autista di un furgone rosso e blu in apnea in un abitacolo sommerso da corni e ferri di cavallo, frenando, invocò San Nicola.
Erano le 12, fine del mio turno, e alzando lo sguardo vidi la mia donna. Mi osservava, disse, da un po’. «Stasera andiamo al cinema, che ne dici?». Risposi con un sorriso e un cenno affermativo del capo e lei, incurante del mio stato, mi abbracciò con tenerezza.
Il gabbiano saltò giù dalla ringhiera, volò per un po' sfiorando l’acqua con la punta delle ali, e poi puntò verso l'alto. Soddisfatto tornava al suo nido.

sabato 19 aprile 2008

Una buona giornata di Giuseppe Calogiuri

















Clac

DLIN-DLON

La porta si apre mentre il campanello elettrico avverte il signor Luigi del mio ingresso nel suo negozio di alimentari in Piazza Mazzini, angolo via Trinchese.
«Buongiorno, signor Luigi!».
«Oh, buondì avvocato, qual buon vento…!».
«Mah… più che il vento, è la fame…».
«Ah…! Sempre con la battuta pronta, eh?... mi dica, mi dica… cosa le do oggi di buono…?».
Un croccante odore di pane va spiegandosi nel negozietto, piacevolmente insinuandosi.
«Allora… per prima cosa mi metta da parte quattrocinque panini… ah, sì… ed un paio di bottiglie di succo di pera… si figuri che ormai lo preferisco la mattina in vece del solito caffè da quando ho scoperto che mi fa accumulare meno stress».
«Eh, già, avvocato… dopotutto col tempo si cambia…».
«Beh… solo lo stolto non cambia mai opinione dopotutto».
«Sempre in vena di citazioni, eh avvocato? … ma dopotutto se non se le può permettere lei con il mestiere che fa…».
WHH-GHEEEEEEEEEE
Solo adesso mi accorgo che c’è una carrozzina dietro il bancone della cassa, lì, vicino a quel calendario fisso al mese di agosto ed alla sua rispettiva foto, una veduta notturna del Duomo firmata, come sempre, del vecchio amico Ennio, occhio della città (apprezzo il fatto che il sig. Luigi abbia abbandonato i calendari con donne in desabillè per più folkloristici lunari locali).
«AVVOCATO UN ATTIMO! ».
Mentre il mio salumierepanettieredifiducia si precipita verso la porta che dà sul retro del negozio tornando con un biberon caldo, messo lì da parte per il/la piccolo/a urlatore/trice.
«Hheeiiii… gughi-gughi… macchettiappreso carotina…».
«…ma è splendida…!».
«Mia nipote. Sa, mia figlia è a Mantova per un colloquio di lavoro, allora mi ha chiesto di tenerle la piccola Alessia per questa settimana, e visto che a casa da sola non poteva stare, ho pensato di portarla qui con me, tanto fastidio non me ne dà... ».
«Ah… ma ora cosa vorrà mai…?».
«Eh… sono le otto meno un quarto, è l'ora della poppata, più puntuale di un orologio svizzero… tieni, prendi il tuo biberon…».
Accenno un sorrido sbuffando dal naso.
«…beh Luigi, per me è ora di andare, i giri mattutini non li ho ancora terminati prima di scappare in studio, eddevo passare da casa per lasciare queste cose… ».
«Allora buona giornata, avvocato, emmisaluti la professoressa che è da tanto che non la vedo...!».
«Certo, Luigi, non mancherò, buona giornata... ».
Mi dirigo verso la grande porta di vetro con infissi in alluminio, la apro, il campanello suona lo stesso, ed esco.
Un cielo terso e pulito fa da sfondo ad un sole che, timido e vigliacco, prova ad intiepidire una troppo fresca mattina novembrina, rischiarando rendendo un po' meno grigio il cemento che domina nel centro di PiazzaTrecentomila-come-la-chiamava-mia-nonna.
Mi fa un po’ rimpiangere la mia vecchia casa al centro storico, bianca e luminosa ai primi raggi, mentre il vecchio anfiteatro romano faceva capolino tra le fenditure delle imposte, incarcerate quasi tra verdi sbarre di erica.
Mi fermo alla solita edicola.
«Buongiorno».
«Oh, salve avvocato! Ecco il suo quotidiano… ah, le ho procurato quell'inserto arretrato… eccolo qui».
«Oh, grazie, Mario…».
«…ma si figuri è un piacere…».
Ci credo, tanto sono io a pagarlo il doppio visto che è arretrato.
»Ah, ma la professoressa? non la vedo da un po'… eppoi oggi è arrivato il nuovo numero di "Donna oggi"».
«Ah, bene… me lo dia… glielo porterò a casa… non è stata molto bene ultimamente…».
«Beh, si, capita, forse siamo distratti tutto l’anno da questo bel sole e non ci accorgiamo che le stagioni cambiano e si rinfrescano, e basta un niente per ammalarsi… le faccia gli auguri di pronta guarigione, mi raccomando avvocato! ».
«Grazie, Mario, buona giornata».
E vado via, mentre ascolto il mio edicolante di fiducia tessere le lodi del mio lavoro, della mia posizione sociale, del mio si è fatto da solo, dei miei movimenti bancari sui quali è ben edotto dal fratello che lavora allo sportello della mia banca, e bla-bla-bla con il verduraio lì accanto.
Passo sotto il quadrangolo alberato della luminosa e plumbea piazza, facendo attenzione ai soliti stormi di volatili lì appollaiati, ma che forse a quest’ora non sono ancora nella loro tristemente nota fase digestiva.
Arrivo a casa, intanto, ed il portiere mi accoglie con un ampio sorriso, salutandomi ossequioso una decina di volte, mentre mi consegna una lettera dell’amministratore per la solita inutile riunione nella quale inutilmente protesterò per le universitarie del piano di sotto, che inutilmente trascorrono il loro tempo con inutili party-per-festeggiare-l’esame dell’inutile Facoltà di Legge che tanto avvocati siamo già troppi (ma non-inutili), tutto questo mentre altrettanto inutilmente la sera cerco di prender sonno.
Ma il portiere mi ossequia lo stesso.
Clac.
Entro a casa, ed appoggio la spesa in cucina, le arance prese ieri hanno profumato l’intero ambiente, sostituendosi al lezzo di cavolfiori lessi che fino a ieri non voleva saperne di andar via. Mi dirigo in bagno per un impellente bisogno di mingere, sarà stata l'aria fresca mattutina a stimolarmi. Mi lavo le mani ed entro in camera da letto, da mia moglie.
Le tapparelle sono semichiuse, e lasciano permeare quel primo sole mattutino sulle coperte, ingrossate dal corpo della donna che amo.
Faccio piano, mi siedo accanto, mentre le molle del materasso cigolano lievemente, e le accarezzo i capelli, mentre il loro profumo mi assale. Le passo il mio indice destro sul volto, disegnandolo quasi, mentre la bacio sulle sue labbra, dolci e morbide, e mai come adesso mi rendo conto di averla imbalsamata davvero bene.

fonte iconografica www.svirrus.blogspot.com

venerdì 18 aprile 2008

Claudio Campagnuolo e il fantasma di Castel Sant'Elmo

Io sono Massimiliano Sorrentino, napoletano, trenta anni.
Di solito quando si pensa alla mia città viene alla mente il Vesuvio che si specchia nel golfo, si ricorda la pizza e le melodie suonate dai mandolini. Più spesso, quando di Napoli ne parlano i giornali, si fa riferimento a cose negative, i morti della guerra di camorra, gli episodi di mala sanità o di abusi edilizi, e frequentemente anche ai falsi in concorrenza con le copie delle griffe fatte dai cinesi. Per chi però vive questa realtà quotidianamente la città è fatta da tutte queste cose messe insieme e molto altro ancora.
Esiste però un luogo dal quale tutto appare distante e quasi incantato, un posto dove gli stereotipi e lo squallore si fondono in un tutto unico e la mia Napoli acquisisce un fascino indiscusso. Questo posto è la grande terrazza di Castel Sant’Elmo. Il maniero a forma di stella irregolare è abbarbicato in cima alla collina del Vomero e i suoi spalti rappresentano un punto di osservazione preferenziale.
Amo davvero molto salire fino agli spalti del castello, col vento che anche in estate soffia veloce tutt’intorno. Quando il cielo è particolarmente pulito e terso in lontananza si vedono Capri e, dalla parte opposta, Procida che si stendono nel mare come lembi di terra promessa. Osservando invece verso il basso si vede quasi tutta la città stesa ai tuoi piedi, con la lunga via di spaccanapoli che nera arteria taglia in due il centro storico.
Mi piace così tanto quel posto che ci vado ogni volta che ne ho la possibilità, quando sono triste e voglio restare solo coi miei pensieri, quando voglio godere di una vista incantata per ricordare quello che c’è di bello nella vita, quando vago senza una meta in cerca di un rifugio.
La mia avventura è cominciata proprio sugli spalti di Castel Sant’Elmo. Era un assolato pomeriggio di luglio, al tramonto, e il sole scendeva rapido in mare come un pulsante disco di fiamma che si discioglie nell’azzurro. Era tardi e dovevo andare via ma lo spettacolo era così incantevole che decisi di scendere all’uscita non usando l’ascensore ma passando per i camminamenti di ronda, un percorso poco noto ma di grande suggestione. Si fa il giro attorno al maniero potendo godere ancora dell’atmosfera senza tempo che vi si respira.
Ero completamente solo e a farmi compagnia c’erano solo il fischio del vento e il canto di uccelli lontani. Dopo una svolta però mi trovai di fronte a qualcosa di inatteso. Ormai il sole era completamente scomparso e le ombre si allungavano rapidamente conferendo un aspetto vagamente sinistro al lungo tunnel. In fondo proprio a ridosso del possente muro. C’era un energumeno biondo che piagnucolava.
«Io nun so stat’! Io nun sapev’ nient’!». Ripeteva con voce profonda e sepolcrale come di prete vecchio.
Il suo abbigliamento era insolito e lacero: una camicia bianca sporca di sangue e brache nere e consunte. Quando l’uomo mi vide mi rivolse uno sguardo di fuoco poi si voltò e sparì nel muro.
Io ero sconcertato, volevo credere che fosse solo uno stupido scherzo ma non c’era nessuno attorno a me che ridesse. Cercai di non perdermi d’animo, mi feci il segno della croce e a passo veloce mi allontanai dal castello. Finalmente mi ritrovai nel chiasso e nel via vai dal sabato sera e le voci della gente intorno a me, le luci ammiccanti dei negozi e dei ristoranti mi diedero conforto. Lentamente i miei timori si dileguarono e mi convinsi di aver avuto semplicemente un’allucinazione.
Quella notte però dormii male, strani incubi rendevano inquieto il mio riposo e la mattina mi sentivo più stanco di quando mi ero coricato.
Così la mattina dopo decisi di scoprire qualcosa e mi rivolsi a quella che nel quartiere era considerata la massima autorità in fatto di antiche credenze napoletane: il professor Egidio Esposito, insegnante di storia e filosofia in pensione. L’anziano docente viveva nel palazzo di fronte al mio, al terzo piano. Tutti lo conoscevamo e lui ricordava tutti noi. Molti, tra cui io stesso, eravamo suoi ex allievi poiché aveva insegnato per più di vent’anni nel liceo del quartiere.
«Mi scusi per l’ora professore, ma ho bisogno del suo aiuto!». Dissi quando infine bussai alla sua porta.
«Niente, niente, Massimilià, non ti scusare». Rispose lui invitandomi ad entrare. Anche in casa il professor Esposito era perfettamente vestito, completo scuro con cravatta intonata. Dietro gli spessi occhiali in finta tartaruga gli occhi di settantenne brillavano ancora fieri e severi. Nonostante l’età infatti il professore era perfettamente lucido e sempre pronto ad andare incontro a tutti con i saggi consigli e un discorsetto da nonno.
Dopo il consueto, immancabile rito del caffè servito, nell’antiquato salotto, con infinita grazia dalla moglie del professore, la dolce signora Amalia, ci spostammo nello studio per affrontare il motivo che mi aveva condotto sin lì. Lo studio, una camera in piena luce, era arredato con mobili antichi, eredità del nonno di Esposito che era stato segretario di un famoso e ricco notaio, tutto attorno sulle pareti e in ogni angolo disponibile una confusa massa di libri pareva sostenere da sola il soffitto.
Quando ebbi raccontato la mia storia il professor Esposito proruppe in esclamazioni di sincera meraviglia.
«Figlio mio e tu sei stato davvero fortunato! Un PRI-VI-LEG-GIA-TO!». Affermò il professore. A quelle parole fui io a sbarrare gli occhi per lo stupore.
«Lei dice?». Chiesi tra l’incredulo e il sarcastico.
«E si! Tu hai avuto il rarissimo onore di vedere il fantasma di Castel Sant’Elmo. Quello è uno spirito che si manifesta così di rado che molti quasi non credono che esiste per davvero». A quest’ultima frase del professore non potei trattenermi dal sorridere: mi pareva così strano affermare dare per certo l’esistenza dei fantasmi. Poi però ricordai il terrore che mi aveva colto inaspettato quando il gigante biondo simile a un vichingo era scomparso nelle spesse pareti del vecchio maniero.
«Devi sapere, figlio mio, che questo spettro ha una storia tragica e inconsueta alle sua spalle». Spiegò il professore. «Il fatto era avvenuto ai tempi di Francesco I di Borbone, sovrano reazionario e poco incline alla costituzione. Sotto il suo governo fiorirono nel Regno delle due Sicilie un gran numero di sette segrete dai nomi insoliti, Filadelfi, Edennisti e Pellegrini Bianchi, con scopi più o meno libertari e rivoluzionari.
Proprio gli Edennisti, che proclamavano l’insorgere di un nuovo stato futuro, basato sulla fratellanza e sull’amore, stavano organizzando una rivolta cittadina per cercare di destituire il sovrano o quanto meno di convincerlo a concedere l’agognata costituzione.
Tra le loro fila militava un giovane, chiamato da tutti o’ tedesco per i suoi capelli biondi e gli occhi azzurri. In realtà il giovane era figlio illegittimo di un capitano austriaco e una servetta troppo ingenua, ma per il fantasioso popolino partenopeo non c’era troppa distinzione tra Germania e impero Austro-Ungarico. Il ragazzo, nonostante l’aspetto di gigante era innocuo e a quel che si raccontava ingenuo come un fanciullo sebbene all’epoca dei fatti avesse più di venti anni.
Sfortuna volle che la rivolta venisse scoperta dalle guardie del re ancor prima di esplodere e i capi rivoluzionari catturati e imprigionati. Qualcuno aveva tradito i congiurati svelando al governo regio quello che sarebbe dovuto accadere, forse dietro compenso in oro sonante. Serviva però un capro espiatorio e qualcuno pensò bene, con una ironia perversa, di far ricadere la colpa del tradimento sul povero gigante biondo.
La folla si accanì su di lui spingendolo all’antico maniero perché venisse arrestato come quelli che si diceva avesse tradito. Così il giovane correva avanti incalzato dalla folla inferocita. Scappando si ritrovò sugli spalti del castello e da lì, gridando al vento la sua innocenza, cadde nel vuoto morendo sul colpo. Non si seppe mai se una mano ignota lo avesse spinto.
Da quel fatidico giorno l’anima del tedesco si aggira sugli spalti in cerca di qualcuno che possa crederlo innocente. Quello era il senso delle parole che hai sentito. Poiché però anche in vita era stato molto timido le manifestazioni sono scarse e poco documentate». Si concluse con queste parole il racconto del professore.
Adesso avevo le idee più chiare e provai una gran pietà per quella povera anima inquieta. Lo stesso giorno mi recai nuovamente a Sant’Elmo, nello stesso punto in cui avevo incontrato lo spettro. Avevo con me un piccolo cero bianco. Lo accesi e feci colare in un angolo poche gocce di cera fusa per fissare la candela votiva al pavimento. Poi mi inginocchiai e pregai per lui.
Non so se lo spirito del giovane assassinato abbia avuto un poco di pace dal mio gesto ma certo imparai da quella storia ad avere più rispetto per tradizioni antiche che spesso avevo sottovalutato. E poi da allora ogni volta che salgo sui tetti antichi del castello ne scopro un nuovo, misterioso e inquietante fascino crepuscolare.


fonte iconografica www.paranormale.com

giovedì 17 aprile 2008

Il Re Vagabondo di Ilaria Ferramosca

Grazie per aver fatto scendere la sera, chiunque Lei sia.
É la Signora di questo luogo, credo. Almeno così mi pare di capire, del resto io non conosco bene la vostra lingua.
Però da quando mi hanno portato qui un po’ di tempo fa, ho imparato molte cose, le ho imparate da solo, ascoltando e osservando.
Passo parte del mio tempo seduto a terra su questa pietra, con fare quasi sempre sonnolento e quando arriva il buio finalmente riesco a trovare un po’ di sollievo dal caldo asfittico di questa cittadina, anche lei seduta, ai piedi della collina ad aspettare un po’ di elemosina da pochi turisti distratti.
Vivo la mia vita misera e randagia di vagabondo, con la fierezza e l’orgoglio tipici della mia natura, con la consapevolezza che l’unica cosa che io possegga al mondo, nessuno me la toglierà. Sono libero, libero di accettare una mano tesa, un po’ d’affetto, un amore stagionale… zingaro ma mai trasandato.
Sa, Signora, Le chiedo scusa se spesso occupo questi gradini, ma la Sua casa è aperta a tutti, dunque anche a me penso, non è così che la gente dice di questi edifici? Anche se io non so pregare come fanno loro e forse non ho bisogno di farlo, perché non ho niente da chiedere in cambio.
Le pietre di questa dimora, porose, del colore della vostra sabbia – l’ho vista girando più di una volta –, mi danno un senso di pacatezza e quando la guardo da qui, seduto, mi sembra che quella torre accanto, illuminata all’interno, sia veramente gigantesca e rassicurante.
Ogni tanto sbircio nel Suo palazzo, che ha vetri colorati, e alcune finestre in alto hanno la forma di un fiore. Dentro c’è fresca penombra, sedili di legno e tantissimo spazio.
Vien fuori un odore… così soavemente delicato, un po’annacquato per me che sono abituato agli olezzi acri e pungenti della strada, delle persone, dell’asfalto calpestato da mille e mille suole.
La guardo là in fondo, con in braccio il Suo bambino e mi ricordo che qualche volta, chissà quanto tempo fa, qualcuno ha tenuto in braccio anche me, ma non provo tristezza né nostalgia.
Fra non molto qui sarà pieno di luci sfarzose, che incorniciano le strade anguste e le accendono come fosse giorno, mi sembra di capire che si tenga una nuova festa, una festa in Suo onore, Signora.
Lo ricordo già da un’altra volta. La prenderanno in spalle e La faranno uscire da quel Suo palazzo, bella e adorna di fiori che sanno di maggio e si mescolano al profumo di queste siepi antistanti. E improvvisamente queste viuzze si riempiranno anche di suoni assordanti e boati che un po’ mi spaventano. Ma io resto qui, mi nascondo lateralmente, vicino a quel leone di pietra che mi riporta alle mie origini.
Sì, resto qui perché l’aria s’inonderà anche di profumi di dolci zuccherini e di salsicce arrostite, ed io spero che qualcuno mi regali qualcosa da mettere in questo stomaco vuoto.
Quindi mi fermerò seduto giù, in basso, ad osservare gambe e bambini che passano piangendo, con lo sguardo appeso a palloni colorati appena sfuggiti dalle loro mani e volati lontano… lontano chissà dove, lasciando un senso di tristezza e di ignoto. Verso quale luogo andranno mai? E se ci salissi sopra, potrei tornare da dove sono venuto?
Intanto si popola, questo piazzale. La gente si accalca sui gradini aspettando che Lei esca.
Mi è sembrato di capire che vive qui da molti, moltissimi anni e che un tempo Le piaceva sostare nei campi coltivati. Le hanno costruito questa casa proprio qua, perché la campagna è più vicina e quando quella gente tentava di portarLa dentro qualche palazzo come questo, nel paese, Lei scappava per tornare sempre nello stesso posto. Mi piace la Sua storia, anche Lei ama la libertà e la natura? Del resto, è la Signora dell’agricoltura ho sentito dire.
E ora? Sta per uscire lo so, così mi sposto a fatica da questi scalini, tanto nessuno si accorge di me in questo momento, né mi importa ormai che lo facciano. Sono estraneo a questa folla, sono straniero e di un’altra razza, eppure questo luogo è più mio di chi ci abita.
Posso dormire sull’erba del parco sotto le stelle pulsanti, tutte le volte che voglio, non come voi che abitate questa cittadina, segregati nelle vostre case. Salutare l’ultimo lampione che si spegne, sentirmi il padrone di tutte le piazze, osservare i ragazzi che vanno, vengono, si stipano in questo parcheggio, ridendo rumorosamente e cercandosi con gli sguardi per trovare in altri occhi qualche mondo simile al loro.
Voi non lo sapete, ma spesso la notte mi arrampico sui palazzi antichi e conosco i segreti delle vecchie pietre e vedo dettagli che voi ormai, distratti, non vedete più. Stemmi vetusti, volute, archi, decorazioni di colonnine nascoste e balconi. Entro nei giardini, salgo sui vostri alberi, poi torno fuori a guardare le strade deserte.
Vedo i fantasmi dei vostri antenati, aggirarsi tra i ruderi di antichi conventi, lasciati marcire fra le unghie del tempo, che strappa via via frammenti di pietra e calce bianca.
Sento vibrare le vostre emozioni, di cui vi disfate per impazienza, perché non avete il tempo di prestar loro attenzione. Tristezze inascoltate, amori abbandonati e mai nati perché troppo difficili da coltivare con la calma di un giardiniere, gioie consumate in fretta e non vissute fino in fondo, come merendine morse, appena assaporate e poi gettate via da mani troppo sazie.
Annuso nell’aria i vostri desideri e vedo materializzarsi i vostri sogni di gente ambiziosa e fin troppo pragmatica. Vi agitate e annaspate come naufraghi in un mare di futilità, aggrappati ad oggetti che stringete come se dovessero salvarvi la vita. Involucri, solo involucri: scatole di tufo, scatole di acciaio, scatole piene di fili e luci…
E quando arriva l’alba io torno sui gradini a dormire, mendicante di giorno, eroe di notte, mentre intorno la cittadina si sveglia e si muove tra le nebbie di maggio e mi vortica intorno aggiungendo un senso di stordimento più forte, al torpore della mia stanchezza di avventuriero del buio.
Intanto voi correte al lavoro frenetici come sempre, a cercare di guadagnare un po’ di quel denaro che a me non serve, né mai mi servirà per essere re.
Si mia Signora, mi perdoni se dico questo, se dico che io sono il re di questa piccola città di provincia, che cerca di sentirsi grande ed evoluta riempiendosi di nuovo cemento.
Una piccola città che si è data come nome Para-abíta, Abitare vicino, forse con l’ironica pretesa di essere al centro di tutto, tanto da poter arrivare con un solo passo in qualsiasi altro posto.
Certo, lo so che Lei qui è la Patrona, ma io sono senz’altro il sovrano, perché è nella mia natura osservare con fare regale tutto ciò che mi scorre davanti.
Così, anche in questo luogo al sud d’Italia come in tutte le città del mondo, il vero re sono sempre io… un gatto!
fonte iconografica www.templarioggi.it

domenica 13 aprile 2008

Silla Hiks - Frontiera

















È solo una provinciale, ma nel buio incendiato dai fari è infinita come qualsiasi autostrada, un nastro di asfalto che può andare da qualsiasi parte senza finire mai.

E ogni volta - malgrado te, malgrado i nostri casini, malgrado la sveglia alle 4 e la stanchezza e il freddo della notte che c’è ancora - è questo che penso, che potremmo andare avanti per sempre, io e la mia motrice Mercedes che è tutti i miei averi, prima che finisca il mondo.

Sono un camionista, non potrei essere niente altro: anche tu, che mi ripeti sempre di rimettermi a studiare e di infilarmi una giacca e di cercarmi un lavoro ‘buono’ sai che non è possibile, lo sai anche mentre me lo dici. Perché io ho bisogno della strada, dell’illusione di lasciarmi alle spalle tutto e insieme dell’emozione di tornare qui da te e da questa terra che mi è stata imposta prima e che è diventata la mia casa poi. anche se è vero che se ci rimango è solo perché ci sei, e che senza te non sarei qui né da nessuna parte, nemmeno nella mia Germania: sei solo tu il mio respiro.

Mentre guido questi sei chilometri ti penso così forte che nel sonno ne sentirai il rumore. Tiro giù il finestrino e mi accendo una West e ascolto il silenzio della notte per quietare il boato dell’amore che provo, e che dopo tanti anni rischia ancora di travolgermi.

Non ci sono stelle, stanotte, e non c’è nessuna luna: soltanto qualche nuvola appena più chiara sopra il fondale nero. E, sul ciglio della strada, a qualche centinaio di metri, appena oltre la fine della carreggiata asfaltata ci sono loro, cinque ragazzi che camminano uno dietro all’altro, qualche vestito asciutto addosso e i sogni accartocciati dentro alla busta di plastica che ciascuno porta nella mano, con le facce antiche tagliate con l’accetta e i capelli tosati e poi lasciati crescere sulla fronte e lungo il collo, come li avevo anch’io quando avevo quindici anni, e all’Istituto d’Arte in cui aspettavo la qualifica e l’età della patente mi chiamavano il Vikingo.

Li guardo bene, e torno indietro all’87 da cui loro sembrano usciti proprio adesso, con quasi vent’anni di ritardo: uno ha persino lo stesso giubbetto di jeans con la fodera di finto agnellino bianco, quello che mia madre mi comprò dopo mesi di strenue trattative e che nessun adolescente di oggi metterebbe neanche se minacciassero di spararlo. Ma loro vengono da un mondo che è rimasto indietro, e per recuperare il tempo camminano spediti: ogni tanto si voltano a guardarsi indietro ma senza fermarsi, strappando veloci un filo d’erba che poi sfilettano con le dita con un indolenza assorta che sa di vaticinio.

Non sono i primi che incontro, da quando abitiamo al mare anche d’inverno ci sono quasi in ogni notte senza luna. Centinaia, migliaia come questo qui, che alza la testa verso i miei occhi e ha uno sguardo del mio stesso azzurro, e che è piccolo e magro e nodoso, e a vent’anni se pure, sembra già millenario. Lo vedo, nel retrovisore, coi pugni inghiottiti dalle maniche del golf a stringere il filo del suo cuore gonfiato dalla paura e dalle speranze, un palloncino che sta per volargli via.

Lecce è qua, oltre il ponte, dietro alla sagoma dello stadio e alla fine dello stradone tra cui qualche ora comincerà il mercato del venerdì, anche se lui non ci andrà , non ha certamente più soldi, dopo che si è venduto tutto per comprarsi il biglietto della lotteria che l’ha portato qui. E non credo nemmeno che comunque lo sappia, né del mercato né della città che è vicina, nel retrovisore è sparito mentre imbocco la rampa, non so neanch’io perché ci penso ancora. E perché senza che possa ascoltarmi, nel mio tedesco, gli parlo, glielo dico, che anche se ci è arrivato caracollando furtivo come qualsiasi cane randagio e ha solo una busta di plastica come dote non è detto che non ci sia niente ad aspettarlo, qui, che debba per forza finire come succede quasi sempre, con lui rispedito indietro entro stasera o inghiottito da un ventre ingordo che gli prenderà l’anima abbagliandolo col miraggio dell’opulenza strillata dalla pubblicità.

E nella mia lingua che lui non può comprendere, mi accorgo di raccontargli questa città che è sempre stata, consapevolmente o no, una frontiera, con le sue volte a stella e la sua pietra lavorata come pizzo che nelle chiese si apre in rosoni per frantumare i raggi del sole.

Di raccontargli tutto quello che mi ha dato, da quando mi hanno sradicato e ripiantato in lei, e di quanto in questi anni ho visto la sua faccia cambiare, rimanendo sempre, sotto il trucco a volte troppo pesante, se stessa. Una frontiera non solo per le genti, ma per il tempo e i luoghi, che vive bifronte tra passato e futuro, con un piede nella terra rossa e uno sul marmo lucido della sua galleria col tetto di vetro. Una città in cui le ragazze che servono ai tavolini all’aperto nelle sere d’estate ti portano insieme alla birra qualche pittula in un piattino di creta. E al centro dei rondò all’imbocco della superstrada che la collega al resto del mondo ci sono ulivi di almeno cento anni , strappati già vecchi dalle campagne intorno,e riattecchiti lì ancora più forti, qualsiasi passato non è facile da cancellare.

Compro le sigarette al distributore automatico mentre aspetto che il mio compagno arrivi per andare a caricare, e ancora parlo col ragazzo che forse è già arrivato e forse no, che forse è già stato preso, e forse è ancora qui, a respirare quest’alba, mentre l’albergo di fronte a me è un colosso a facciata continua dietro al quale posso solo indovinare l’ex convento e il suo chiostro, ma la luce nel terminal dell’aeroporto aperto per i check in dei voli delle sei è molto più fioca delle fotoelettriche ai piedi dei bastioni delle mura che c’erano prima delle tangenziali e della metropoli, e ci saranno dopo, qualsiasi sia il futuro.

E mentre mi accendo un’altra sigaretta e l’odore dei pasticciotti caldi esce dal bar Commercio già aperto, io, che sono un tedesco, uno straniero, come lui, glielo racconto, al ragazzo che cammina e che non può sentirmi e che chissà dov’è, adesso, gli racconto quest’odore, e finalmente glielo dico, è la mia città, questa, glielo dico in dialetto, ieu suntu te qquai, e ho una disperata voglia di chiamarti, anche se so che ti sveglierei, perché solo tu al mondo sai che cosa voglio dire.