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mercoledì 13 maggio 2009

"Il secondo sesso" compie 60 anni. Il Comitato Pari Opportunità organizza un seminario

«Donne non si nasce, si diventa».

È una delle più celebri frasi di Simone de Beauvoir, forse l’affermazione che meglio sintetizza le sue ricerche, i suoi studi di genere, che sono approdati nel 1949 nel suo libro più famoso “Il secondo sesso”. La reazione dell’opinione pubblica e degli intellettuali fu immediata: successo e scandalo.

«Ebbi una rivelazione: questo mondo era maschile, – scriveva – la mia infanzia era stata nutrita da miti forgiati dagli uomini, e io non avevo reagito come se fossi stata un ragazzo. Mi appassionai tanto da abbandonare il progetto di una confessione personale, per occuparmi della condizione femminile in generale». A 40 anni Simone de Beauvoir scopre l’esigenza di analizzare l’essere donna.

Il Comitato Pari Opportunità organizza un seminario in occasione dei cento anni dalla nascita della scrittrice francese, “Rileggendo Simone de Beauvoir a sessant’anni della pubblicazione de ‘Il secondo sesso’”. La tavola rotonda avrà luogo il 14 maggio 2009, alle ore 9.30, presso l’aula SP7 dello Sperimentale Tabacchi a Lecce.

Il seminario si svolgerà secondo i seguenti interventi:
- La scrittura e la vita
Patrizia Guida, Università del Salento
- Simone de Beauvoir e la Russia
Gloria Politi, Università del Salento
- La passione della scrittura
Loredana Magi, Università del Salento
- Da Simone de Beauvoir ad oggi, passando per Carla Lonzi
Antonella Masi, Centro di documentazione e cultura delle donne, Bari
- Narrare è già politica
Marisa Forcina, Delegata del Rettore alle Pari Opportunità
- Simone de Beauvoir e la Polonia
Alizia Romanovic, Preside della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere.

lunedì 16 febbraio 2009

Mina, una voce, un'icona



Grandi polemiche sta sollevando la presenza di Mina al Festival di Sanremo solo come voce. Come sempre c’è la tendenza a “giudicare” le scelte degli individui, soprattutto se sono “pubblici”. In una società in cui pullulano troppi opinionisti, noi ci limitiamo a rivederla in questo video di due anni fa.
rossella bufano

sabato 17 gennaio 2009

Manifesto Synergetic-art


Synergetic-art è l’estensione della filosofia che alimenta la produzione creativa di Marisa Grande, la quale si esprime in vari ambiti dell’arte visiva e storico-artistica.
Synergetic-art ha le caratteristiche di un movimento culturale, a-partitico senza scopo di lucro e senza richiesta di quote d’iscrizione associative, che prende forma ogni qualvolta si stabilisca un confronto tra persone operanti in vari ambiti disciplinari, per costruire un sapere “alternativo” ispirato al “pensiero laterale”, creativo in termini di positività, da elaborare insieme in forma sistemica-complessa.
Ha finalità etico-morali, sui cui principi basa l’idea di una riformulazione sistemica del sapere e delle interrelazioni culturali, per orientare alla filosofia di una cultura condivisa da un’umanità pacifica che rispetta la vita in tutti i suoi aspetti e gli ecosistemi da cui essa è strettamente dipendente.
Synergetic-art offre la possibilità di condividere l’idea sinergica, a patto che l’operatività risulti “creativa e ordinatrice”, in alternativa al “disfattismo ed alla distruzione” imperante.
Synergetic-art agisce sul territorio là dove emerge l’esigenza di favorire l’operazione culturale sinergica per la salvaguardia di ecosistemi di importanza ambientale, storico-artistica e etnico-sociale e promuove la conoscenza per favorire la tutela e la salvaguardia coinvolgendo le pubbliche amministrazioni o tutti coloro che intendono preservare valori socialmente utili e condivisi o produrre complessi costruttivi equilibranti.
Synergetic-art si basa sul principio dei sistemi-complessi autoregolati, da orientare insieme verso un grande attrattore, una singolarità positiva, per contrastare la tendenza al caos che si instaura nei sistemi in equilibrio precario, la cui dinamica interna dipende dall’aggiunta o dalla sottrazione di qualsiasi elemento che, con la sua presenza o assenza, modifichi in un senso o nell’altro la configurazione oscillante tra ordine e caos.
Synergetic-art, come ogni sistema-complesso si autoregola apportando costanti modifiche interne, accogliendo in seno al sistema-sinergico quelle presenze che manifestano l’intento a perseguire obiettivi sociale utili e rilevanti per la creazione di una “Coscienza Cosmica”, composta da coscienze individuali che condividono ideali e obiettivi costruttivi sul piano ambientale e sociale.
Synergetic-art, di conseguenza, opera un’azione di controllo autoregolato, inibendo l’accesso a quanti non dimostrino, con contenuti culturali espliciti o opere già elaborate, di aver perseguito e comunque di voler perseguire gli obiettivi espressi nel movimento sinergico cui intendono e chiedono formalmente di aderire.

Synergetic-art, basandosi sulla conoscenza condivisa da più parti che l’universo vibra, intende orientare l’attività vibrazionale in senso positivo e costruttivo equilibrante. Nella consapevolezza che con un andamento negativo l’equilibrio precario dell’universo aumenta la sua naturale tendenza verso il caos, il sistema Synergetic-art intende offrire input verso la positività del pensiero e dell’azione, principio di ogni fine etico, favorendo l’orientamento globale verso l’ordine armonico che pur è naturalmente implicito nel cosmo.

“nell’universo se un punto vibra, tutto il cosmo vibra
la Synergetic-art intende essere quel punto che vibra”

Marisa Grande
Fondatrice Movimento Synergetic Art

Immagine: opera di Marisa Grande, "Propagazione"

sabato 20 dicembre 2008

Lo sciopero d'autore di Franz Krauspenhaar

"Questa è la colonna videosonora del mio sciopero dell’autore, ispirato allo sciopero dell’autore di cui si è ampiamente parlato sulle colonne doriche di Nazione Indiana, e poi ripreso dal blog multiautore Ibridamenti.
Nel frattempo, io con il mio blog personale www.markelo.net e altri scrittori, abbiamo tambureggiato. Tra i propugnatori dello sciopero dell’autore, come Vincenzo Ostuni, si è deciso di creare un sito internet www.scioperodellautore.org nel quale vengono immessi i vari contributi alla discussione. La discussione è uscita dai blog entrando dalla porta trionfale del social network Facebook, dove sono stati pubblicati altri interessanti contributi".
"Ecco, l’autore rischia la propria vita, nel senso della propria dignità, senza la possibilità di parare i colpi. In un mondo letterario e giornalistico assurdo. In un mondo letterario e giornalistico italiano assurdo, che pretende di far vivere la cultura con il volontariato dell’autore.
Perché in Italia la cultura è considerata un lusso per pochi eletti. Eletti che, per poter fare bene il proprio lavoro, devono sacrificare molte cose, e vivere a volte con grosse difficoltà economiche"."In un mondo letterario nel quale i bookjockeys (felice neologismo creato anni fa da Tiziano Scarpa) dettano le regole, nel quale i D’Orrico, sprezzantemente, promuovono la letteratura che fa loro comodo, come se un lettore diventasse critico, come se i lettori dei siti come Anobii potessero fare critica e spiegare cosa è un libro agli altri lettori… In questa carneficina della giustizia e del buonsenso, tra le stanze puzzolenti della “pescheria-letteratura”, cioè sui banconi del “pesce-libro” che viene sostituito a breve, perché puzza presto, sostituito da altro pesce-libro destinato anch’esso a marcire in fretta, l’autore è spesso il pescatore di pesci di razza che non vengono nemmeno acquistati per un assaggio".
Questi sono tre estratti dall'intervento di Franz Krauspenhaar su Nazione Indiana.
Questo è il link,
http://www.nazioneindiana.com/2008/12/18/siamo-i-fangio-della-cultura-che-non-paga/leggete, e fate girare ... non è un imperativo categorico, ma è segno di responsabilità e onestà intellettuale aderirvi

martedì 9 dicembre 2008

Maurizio Nocera e il suo Labirinto Metrico per le Edizioni Ravello

Maurizio Nocera, come sempre tenta di stupire sia per la singolarità delle sue proposte editoriali, sia per i contenuti delle opere che sovente in prima persone redige e cura. Come in questo caso il suo ultimo lavoro, per le edizioni Rovello di Milano in ben 275 copie numerate, Il Labirinto Metrico e altri scritti di Bibliofilia con una splendida prefazione di Oliviero Diliberto. Maurizio Nocera è persona degna di considerazione non solo per la mole gigantesca di libri prodotti e curati, ma anche per una lunghissima carriera di operatore culturale portata avanti con dedizione da tempo. Il libro in oggetto parla di un Sud, del Mezzogiorno d’Italia, del Salento, il nostro orizzonte in parole povere, quello dei labirinti letterari nei quali si sono perse le parole magiche di Comi, Bodini, Pagano, Toma, Verri, Ruggeri, delle librerie di testi antichi non solo musei della storia dell’editoria con la loro collezione di tomi impolverati e consunti, ma centri di studio del prodotto editoriale, amore infinito per questo oggetto, dedizione ancestrale al particolare e alla sua fenomenologia. Penso a Il Manuale Tipografico di Alberto Tallone. Un opera quella di Nocera, generosissima sia nella trattazione delle vicende narrate, in cui si incontreranno personaggi del calibro, di Neruda e Zigaina, Tallone ed Eco, Rafael Alberti e Moravia, sia nei multiversi che appariranno al lettore come tangibili, praticabili, assumibili come parte di una Storia, che è la stessa che accomuna quanti tra le pagine dei libri amano sognare e riscoprire nuove narrazioni. Un esempio all’interno del volume è il Il "Labirinto metrico di O. P. Macrì" che si riferisce all’artificio letterario del Nostro, che si serve dell'arte combinatoria per costruire un testo che deve dar vita ad una figura. Un divertissement, creato dalla fervida fantasia di un giovane ventunenne, che lo compose al termine dei suoi studi liceali in onore del suo precettore, il sacerdote Paolino Piccinno, prima di fare ingresso anche lui nel seminario di Otranto, dove, divenuto sacerdote, esplicò per un certo periodo l’attività di insegnante, attività che continuò in seguito nel seminario di Gallipoli.

foto di Toni Pecoraro

giovedì 13 novembre 2008

Maria Beatrice Protino in arte Almadressa parla della sua diversificazione dell'immagine nella grafica digitale

“The girl is two girls?”: una donna con quattro braccia e quattro gambe è un’immagine che mi piace definire sintetica perché elaborata mediante computer attraverso una manipolazione digitale. La sua finalità è quella di creare un mini-mondo simbolico; la legittimazione in un suo proprio codice. Si tratta, infatti, di un’immagine-linguaggio, che struttura un proprio universo di simboli utilizzando un procedimento per così dire ‘immateriale’ perché basato su processi logico-matematici astratti quali appunto quelli computerizzati.Naturalmente, ci muoviamo in un ambiente simbolico che non ha nulla a che fare con l’esperienza perché rappresentazione della mente.Per fare un esempio pratico, prendo come punto di riferimento la vita dentro il circuito urbano di una metropoli. Se mi limitassi a scattare delle foto o a riprodurre con la matita ciò che vedo, finirei solo per fare una descrizione oggettiva di quell'ambiente. Se, invece, sottopongo quelle foto a degli opportuni effetti grafici digitali dettati dalle mie sensazioni in quel luogo, allora riesco a esprimere la mia interiorità, perché quelle immagini –manipolate- avranno ombre, colori e distorsioni o addirittura saranno riformulare e ricostruite utilizzando un codice che è il mio modo di percepire, del tutto soggettivo.La rielaborazione di immagini implica, quindi, un processo di trasformazione di un’immagine data per ottenerne una nuova. Spesso detto processo si combina con quello di integrazione, cioè di composizione di una nuova forma, di un nuovo oggetto, utilizzando più immagini date.Quello che ho utilizzato, allora, non è più, quindi, applicazione legata esclusivamente alle professioni del disegno tecnico o del marketing, i cui effetti possono essere quelli tipici di una cd “creatività di servizio”, di tipo ludico e spettacolare come quella ampiamente utilizzata dalla pubblicità e dal cinema; non più la logica della falsificazione o della duplicazione del reale sotto forma di iper-realtà, alla quale la pubblicità ci ha ormai abituati, ma, finalmente, la creazione di una diversificazione dell’immagine in opposizione all’anonima massificazione mediatica.Questo ritengo sia il modo nuovo e finalmente radicale per esprimere “la rivoluzione del nostro tempo, prima fra tutte la cibernetica e internet, la cui conseguenza più evidente sul piano sociale sta nel rafforzamento della perversità dei processi di globalizzazione, cioè la diffusione su base planetaria dell’ideologia del capitalismo di mercato e dei principi della democrazia occidentale” (Demetrio Paparoni, L’arte contemporanea e la sua ridefinizione): l’utilizzo degli stessi mezzi che il sistema ha creato per combattere il sistema stesso e fare in modo che l’arte riconquisti un campo d’intervento nuovamente predominante e per lungo tempo perso.

domenica 9 novembre 2008

Fable II e riferimenti bibliografici




Il Signore degli Anelli, J.R.R. Tolkien, Bompiani
Eragon ed Eldest di Christopher Paolini, Fabbri
Licia Troisi, Cronache del mondo sommerso,Mondadori
Harry Potter di J.K. Rowling, Sonzogno

lunedì 6 ottobre 2008

Sabine Spielrain



Affetta da violente manifestazioni isteriche con tendenze anoressiche suicidali, la giovane Sabina Spielrein ha personificato il primo caso clinico trattato e curato dal dottor Jung con il metodo freudiano. Metodo che sostituiva ai sistemi costrittivi – quali docce fredde, camicie di forza e catene ai letti – la terapia della parola, della libera associazione di idee e dello scambio emozionale.

Oltre che paziente, Sabina diventa amante (tra i due scoppia anche la passione e l'amore, ma Jung è sposato) e allieva del dottor Jung e, a sua volta, psicanalista.

Estremamente convinta dell’importanza di insegnare la libertà di pensiero e l’educazione sessuale anche ai bambini più piccoli, fonda a Mosca il primo laboratorio di Solidarietà Internazionale noto come Asilo Bianco (cosiddetto per il colore con il quale erano dipinti i suoi interni), con la ferma intenzione di sperimentare “un’altra educazione” per creare “altri” bambini.
Con le sue stesse parole: «Pare sia la prima volta che una psicoanalista viene messa a dirigere un asilo infantile. Ciò che vorrei dimostrare è che se si insegna la libertà ad un bambino fin dall'inizio, forse diventerà un uomo veramente libero... ci metterò tutta la mia passione».
Sarà poi la storia con la morte di Lenin, la dittatura di Stalin e l’arrivo delle truppe naziste a deciderne il destino: verrà infatti uccisa nel 1942, a soli 57 anni, presso la sinagoga di Rostov insieme alla sua bambina.

Tratto da «Lei vede l’amore dappertutto vero?» «È la forza che genera il mondo»
di Stefania Erroi in Ripensandoci

giovedì 25 settembre 2008

martedì 13 maggio 2008

Carlo Goldoni e La trilogia della villeggiatura di Anna Durini

Carlo Goldoni ha conosciuto, nell’arco di quasi tre secoli, alterna fortuna di critica, solo di recente in grado di cogliere pienamente la portata innovativa del linguaggio e dell’opera dello scrittore veneziano – per tutto il ’900 poco benevola sia con l’estetica che con l’ideologia goldoniana, forte ancora l’influenza di Croce e De Sanctis.
Il successo fra il pubblico, però, si può considerare pressoché ininterrotto, dalle rappresentazioni allestite dallo stesso Goldoni a quelle odierne, grazie alla sensibilità di artisti che ne mettono in luce la straordinaria attualità, cogliendo nuove sfumature nei contenuti, svolgendo le pieghe dell’anima dei personaggi e mettendo in scena il suo “illuminismo popolare”, che, lungi dal rimuovere le gerarchie sociali, fa luce sul senso di opportunità e adeguatezza alla classe di appartenenza che dovrebbe guidare ciascuno – nobile, borghese, popolano – nelle scelte di vita e nei comportamenti.

Un intellettuale, insomma – ma preferiamo: “artista” – che non celebra i costumi dell’oligarchia al potere e che, pur non scagliandosi contro la stessa in maniera definitiva e netta, ne mette in luce i difetti senza indulgenza, né simpatia. Goldoni reinterpreta la
Commedia dell’arte, svincolandosi dalla banalità e dalla convenzionalità della stessa e contrapponendole un richiamo alla natura e alla realtà quotidiana e, pur allontanandosi con gli anni dalla sua stessa riforma, fa sempre appello al comico, rimarcandone la vivacità intellettuale e le possibilità espressive.
L’idea di un Goldoni tutto cicibeismi e finali lieti e compiaciuti svanisce di fronte all’ultima rappresentazione della
Trilogia della villeggiatura, in tour per l’Italia fino allo scorso 13 aprile, nell’adattamento di Toni Servillo, che ne è anche regista e interprete.

Le smanie, Le avventure e Il ritorno, i tre momenti dell’opera scenica goldoniana, sono qui accorpati in un‘unica rappresentazione, nella quale Servillo, pur muovendo da Strehler, si allontana presto da linee interpretative già seguite per intraprendere, partendo dalla divisione dello spettacolo in due parti e da una propria stesura, un percorso originale e impegnativo, non solo per la durata dello spettacolo – tre ore vissute dallo spettatore in un soffio, grazie ai sapienti cambi di intensità nel ritmo – ma anche, “simmetricamente”, per la sottile “declinazione emotiva” dei personaggi – come rilevato dallo stesso regista, che ci regala un’altra grande prova teatrale con la firma del suo stile straordinario.

L’azione si svolge fra “negozio” e “villa”, fra “ufficio” – la realtà della città, del lavoro, dell’economia e, non ultima, della lotta fra classi sociali – e “vacanza” – intesa proprio come “vacuum”, come “sospensione” dalla realtà – in cui l’effetto ottundente della bambagia che avvolge i protagonisti si manifesta in modo esiziale.
Un impianto di straordinaria complessità.
Ne Le smanie vengono rappresentati i febbrili preparativi della villeggiatura, fra puerili titubanze e imperativi categorici pronunciati dalla moda.
Le avventure scorrono a un ritmo diverso; la “vacanza” dal quotidiano cittadino, fra scoperta dell’eros e frivolezza, rallenta languidamente il flusso temporale, che, pur mantenendosi vivace, si immelanconisce mentre la necessità di lasciare la villa riporta bruscamente i protagonisti alla realtà.
Il Ritorno vede i personaggi di colpo invecchiati senza essere cresciuti, costretti a fare i conti con le difficoltà finanziarie, sull’onda lunga della “dis-inlusio”, del tutto impreparati e inadeguati a operare le importanti scelte di fronte alle quali la vita li catapulta, in specie quelle del cuore, dopo una “éducation sentimentale” disastrosa.

«Credo che nel Ritorno certi fatti e ragionamenti si compiono, se è vero che a decidere sono la mancanza di liquidità e i patteggiamenti del mondo maschile legato alle contraddizioni, di cui il mondo femminile è vittima» afferma Toni Servillo, che non manca di ricordare la presenza di una ricchissima galleria di donne dalla forte personalità nel teatro di Goldoni e nella sua Enciclopedia del femminile.
«Adoro lavorare con le attrici e sento che coltivare questa frequentazione […] è qualcosa di profondamente necessario al teatro. […] Il personaggio di Giacinta, protagonista della Trilogia, è davvero straordinario per complessità e sfumature, [...]. È il personaggio con più risorse, angoli, cassetti chiusi in questo armadio che è il suo cuore».
Per il regista, dunque, Giacinta non è la “Femme sauvante” stimmatizzata “anche” da Goldoni per gli atteggiamenti di eccessiva autonomia e per il piglio dispotico, né un personaggio «patetico» (Michele Bordin); piuttosto incarna “l’intellettuale” – perché in grado di pensare la propria vita.
Non priva di un certo potere – nei Mémoires l’Autore scrive: «Giacinta fait taire tout le monde», sottolineando che il gioco della comunicazione è nelle sue mani – ella finisce con l’abdicare la propria personalità a una scelta (sposare l’uomo che non ama) che, più che imposta dal decoro, è frutto di un “azzeramento” feroce, penosissimo, operato da ella stessa in quel suo continuo rivolgersi al pubblico – alla vita, attendendo risposte che non vengono – nell’ingenua pretesa che il suo “far fare a tutti quel che vuole” non le si ritorca contro. Giacinta è insieme vittima e carnefice. E il suo personaggio diventa l’ipostasi dell’occasione perduta, dell’inane rimpianto, dell’attesa che qualcosa cominci e dell’inconsapevolezza che “tutto comincia con l’essere già cominciato”.
«Giacinta per me ha una valenza addirittura amletica» sottolinea Toni Servillo; «[…] Subisce un mondo, ma consapevole di farne parte e di non fare nulla per cambiarlo. Per cui nel tempo, inacidendosi in quel matrimonio triste, ne assumerà i valori cui sembra contrapporsi».

In scena il regista indossa la “maschera nera” di Ferdinando, lo “Scrocco”, scelleratamente irresistibile, “dia/bolicamente divertente”, adorato e temuto dai “parvenu” che ne apprezzano il brio ma non sottovalutano i suoi strali venefici. Non c’è gaiezza spontanea nel personaggio di Ferdinando; sono sue invece una lucidità sicura e consapevole e un’abilità comunicativa che la sua assoluta fatuità destina alla realizzazione di un matrimonio d’interesse con la vecchia pazza, attempata vedova in vena di ardori adolescenziali, in una sorta di “logica contabile” (non a caso in vacanza Ferdinando stila il bilancio delle vincite al giuoco delle carte), freddamente volta al raggiungimento del suo obiettivo: l’acquisto di una botteguccia.
Toni Servillo individua in lui l’osservatore dei sistemi – sociale, economico, culturale; le sue incursioni – in scena, nella vita dei personaggi – punteggiano il discorso sul “vacuum”. Lo spettatore viene avvinto alla vicenda dalla sua impudenza e dal suo essere privo di tutto, fuorché del talento di “sapersi trovare dove conviene, con chi occorre”.


Toni Servillo si affranca dalla passata retorica della finzione – in cui tutti dicono quello che non pensano, fanno quello che non vogliono, appaiono quello che non sono – facendo interloquire il testo con lo spettatore nella definizione di significato, non solo coinvolgendolo e “chiamandolo” in scena, ma facendogli attuare proiezioni di sé forse imbarazzanti, rendendogli possibile visualizzarsi e vedere il proprio “Life is now” sul palcoscenico, facendolo assistere alla rappresentazione dello sfrenato presenzialismo, del miope “lavoro di facciata” e della dannazione del presente impossibile da godere.
Un ineludibile invito a rimettersi in discussione.

NOTA Le citazioni di Toni Servillo sono estratte da Conversazione con Toni Servillo, per gentile concessione di Edizioni Il Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, testi riportati nell’Approfondimento dello spettacolo da Maria Grazia Soavi, Ufficio stampa del Teatro Comunale di Ferrara.


sabato 3 maggio 2008

domenica 13 aprile 2008

Gualberta Alaide Beccari e La Donna di Laura De Cristofaro

Voce dotta, pensieri puri, fieri, ardenti «La Donna».

«La Donna» rivista femminile che ha visto la luce il 12 Aprile del 1868. Sulle scene avanguardiste per circa vent’anni. Colei che ha promosso e diretto questo esemplare di lotta ed emancipazione femminile fu Gualberta Alaide Beccari, nata a Padova nel 1842, in una famiglia di mazziniani repubblicani.

Contesto storico

Lo scenario è quello dell’Italia che cambia, di un paese che diventa democratico e industriale. È il tempo del Risorgimento culturale e artistico, unito al cammino dell’emancipazione e affermazione dell’universo femminile


L’insegnamento repubblicano ricevuto dal padre fu un aspetto fondamentale per la crescita e la formazione di Gualberta, perché basato sull’istruzione e l’educazione.
Fu proprio con finalità pedagogiche e di formazione delle giovani, che venne ideata e realizzata questa rivista, organo di lotta democratica che intese il rinnovamento morale delle donne come una necessità prioritaria per il rinnovamento del giovane Regno d’Italia.

Per i tempi in cui queste donne rivoluzionarie contribuirono a scrivere un nuovo capitolo della storia, dovettero rischiare, azzardare, in una lotta d’avanguardia, nuova, prorompente, dimostrando grande coraggio, a volte anche spirito di abnegazione e profonde capacità professionali nel promuovere il loro impegno.


Gualberta si circondò di molte collaboratrici, le prime giornaliste, e con esse affrontò temi tra i più forti, tra i più “scomodi”, che spaziavano dai diritti della donna ai valori come l’uguaglianza universale e l’umana redenzione, e poi ancora il divorzio e la prostituzione. Molto spesso si affrontavano questi argomenti, in cui l’ispirazione mazziniana dava forma agli scritti, scegliendo

La Beccari si rifà all’insegnamento di Mazzini, secondo il quale ogni uomo nella società ha uguali diritti e doveri che si compenetrano, sono un tutt’uno

come modello l’epistola, la corrispondenza: la Beccari rispondeva a ogni mittente, analizzando il problema proposto, dandone una visione d’insieme e rifacendosi all’insegnamento mazziniano, secondo il quale ognuno nella società ha dei diritti e dei doveri che non sono a sé stanti, ma si coniugano formando un uomo giusto e un onesto cittadino, che lavora e si sacrifica per i propri principi e ideali.


Un altro riferimento della Beccari al Mazzini, che si scorgeva nelle sue pagine costellate di grandi valori, fu la visione mistica e religiosa della vita: una religiosità laica, basata su uno spirito di servizio mosso da un’azione tenace e proficua, che spesso si concretizzò in petizioni e raccolte fondi a favore della lotta.

Questa rivista diede modo di crescere professionalmente e di formarsi nel campo delle lettere a molte giovani, che iniziarono a pubblicare le loro timide opere poetiche e le loro prime pagine di letteratura. Cosa che prima era solo appannaggio degli uomini, ai quali diedero prova di non essere da meno, di essere altrettanto capaci di lasciare sulla carta la loro fantasia, i sentimenti, la loro condizione, i loro valori, la vita, amalgamando magistralmente il tutto con il loro vissuto storico.

Alaide osò entrare come protagonista nella società, sfidando gli uomini, occupandosi dei principali fatti politici della sua epoca, in cui si poteva già assaporare quel nuovo, deciso gusto unitario nazionale. Argomento principale di questo genere di articoli fu un’ampia condanna della politica di stampo imperialista di Francesco Crispi, ex mazziniano che, convertitosi alla monarchia, aveva infranto la fiducia di una fervente mazziniana.

Contesto storico

I movimenti politici socialisti, attivi ormai in tutta Europa fin dalla seconda metà del XIX secolo, capirono che le donne avevano bisogno di essere politicamente educate e combatterono ben presto al loro fianco

Questa giovane dalla vita intensa, che ha dato forma, contenuto e splendore ai suoi principi grazie alla rivista, stendardo facinoroso di uno spirito che ha il nome di donna, ha dovuto combattere contro avversari e accusatori annidati nelle fila dei reazionari liberal-conservatori e cattolico-clericali. Questi ultimi fermi nella convinzione che tutto ciò nasceva con lo scopo di traviare e corrompere dal proprio ruolo naturale le donne, dedite alla famiglia e alla casa, alla cura dei figli e dei mariti.


Nel 1890, la rivista «La Donna» di Gualberta Alaide Beccari cessa di esistere a causa del declino psico-fisico della giornalista, che presto morì.
Si spegne così, nel 1906 a Bologna, la vita di una donna saggia e laboriosa, che ha cercato sempre di dare lustro alla condizione del “gentil sesso”, promuovendo il sapere e la cultura per le donne, lei stessa segno vivente che quando si possiede una buona ricchezza morale, culturale e si conosce il sacrificio, chiunque può agire bene e con i migliori risultati, che si può arrivare ovunque si desideri con fermezza e coraggio.
Ha dimostrato con la sua esperienza che forse “l’inferiorità” risiedeva nel fatto di non averci provato prima.